
Azzurri che non ti aspetti: quanta Italia c'è al Mondiale, nonostante tutto
L'Italia guarda il Mondiale 2026 da casa per la terza volta di fila. Eppure il torneo parla italiano: dalla prima terna arbitrale al completo alle panchine di Ancelotti, Montella e Cannavaro, dalla voce di Bocelli nell'inno agli oriundi veri sparsi in campo, dall'Argentina all'Australia.
Il Mondiale 2026 cala il sipario: al MetLife Stadium, alle porte di New York, Argentina e Spagna si giocano la coppa. L’Italia, per la terza volta di fila, guarda da casa. Eppure, se fai attenzione, di italiano in questo torneo ce n’è stato parecchio: solo che non indossava la maglia azzurra. Era sparso tra gli arbitri, sulle panchine, dentro l’inno ufficiale e perfino in mezzo al campo, con la maglia di qualcun altro.

I fischietti tricolori
Partiamo da dove meno te lo aspetti: gli arbitri. La FIFA — il cui comitato arbitrale è presieduto da un italiano, Pierluigi Collina — ha portato al Mondiale quattro italiani tra campo e sala VAR. E per la prima volta nella storia l’Italia arbitrale sbarca alla Coppa del Mondo al completo: non un singolo fischietto, ma una squadra intera.
A guidarla c’è Maurizio Mariani, della sezione di Aprilia, internazionale dal 2019 e ormai stabilmente nella categoria Elite UEFA. Con lui Marco Di Bello come video match official (l’uomo al VAR) e gli assistenti Daniele Bindoni e Alberto Tegoni.
E non sono rimasti a guardare. La terna ha esordito subito, il 16 giugno, in Arabia Saudita–Uruguay a Miami. Poi Mariani si è preso la scena nei sedicesimi con una direzione convincente in Brasile–Giappone. Il punto più alto è arrivato in semifinale: per Inghilterra–Argentina, il 15 luglio ad Atlanta, Mariani era quarto uomo e Di Bello di nuovo al VAR — alla sua tredicesima presenza in questo torneo. Un italiano nell’equipaggio dell’ultimo atto prima della finale: non male, per un Paese rimasto fuori dal campo. La finalissima, per la cronaca, non è toccata a loro: la dirige lo sloveno Slavko Vinčić.
Le panchine parlano italiano
È risaputo, ma vale sempre la pena ricordarlo: anche senza gli Azzurri, la scuola tecnica italiana siede sulle panchine che contano. A questo Mondiale i commissari tecnici italiani sono tre.
C’è Carlo Ancelotti, l’allenatore italiano più vincente di sempre, chiamato dal Brasile per riportare i verdeoro sul tetto del mondo. C’è Vincenzo Montella, che dalla Turchia ha costruito la sua rinascita in panchina. E c’è Fabio Cannavaro, che vent’anni dopo aver alzato la Coppa da capitano a Berlino torna al Mondiale da tecnico, alla guida dell’Uzbekistan e della sua prima, storica qualificazione. Tre storie diverse, un’unica scuola.
La voce dell’Italia: da Bocelli a Pausini
Il Mondiale 2026 ha anche un suono italiano. L’inno ufficiale, “DNA”, è un incrocio che sulla carta sembrava impossibile: la voce lirica di Andrea Bocelli, il beat di David Guetta, il rap di Megan Thee Stallion e i versi in coreano di EJAE. A tenere a battesimo il torneo, alla cerimonia inaugurale, è stato proprio Bocelli. E in mezzo all’elettronica e alle barre spunta la nostra lingua: il brano si apre con un verso cantato in italiano, «anche se cadiamo poi ci rialziamo».
E l’Italia ha chiuso anche il sipario: alla cerimonia di chiusura, prima della finale, è stata Laura Pausini a rappresentare il nostro Paese sul palco del MetLife. Dall’apertura alla chiusura, la colonna sonora del Mondiale porta un accento tricolore.
Il tricolore in campo (e non solo in Argentina)
Il tocco più curioso è addirittura in mezzo al campo. Qui però serve onestà, perché è facile scivolare: un cognome che finisce in vocale non fa un oriundo. Contano le origini vere — un avo italiano documentato, spesso certificato dal passaporto italiano, che si ottiene solo per discendenza di sangue.
Con questo metro, la miniera è l’Argentina. Non è un modo di dire che sia “la nazionale più italiana”: circa una decina di giocatori dell’Albiceleste ha il passaporto italiano, da Rodrigo De Paul a Giovani Lo Celso, da Julián Álvarez a Nicolás Tagliafico. E in cima c’è Lionel Messi: il suo trisavolo, Angelo Messi, partì da Recanati, nelle Marche, alla fine dell’Ottocento.
Ma la storia che racconta tutto è un’altra, e ha un cognome scozzese: Alexis Mac Allister. Nessuno ci scommetterebbe un euro, eppure la sua radice italiana è la più nitida di tutte — la nonna materna è di Belmonte del Sannio, in provincia di Isernia, cuore del Molise. Il contrario perfetto del pregiudizio: non è il cognome a dirti da dove vieni.
E non è solo Sudamerica. C’è anche la via australiana, fatta di ragazzi che avrebbero potuto vestire l’azzurro e hanno scelto altro. Alessandro Circati, difensore del Parma, è nato a Fidenza da papà italiano ed è cresciuto in Serie B e C prima di trasferirsi a Perth: nel 2023, dopo una chiacchierata con Gianluigi Buffon, ha detto sì all’Australia. Con lui Cristian Volpato, nato in una famiglia di emigrati italiani e passato per il vivaio della Roma, anche lui oggi tra i Socceroos.
Un avvertimento, già che ci siamo: non tutto quel che sembra italiano lo è. Marcus Thuram, francese, è nato a Parma — ma solo perché lì ci giocava suo padre Lilian: origini guadalupiane, niente sangue italiano. E il milanista Christian Pulisic, che il cognome ce l’ha giusto, è in realtà di discendenza croata. Il passaporto, non l’anagrafe delle vocali, fa la differenza.
Il Mondiale senza di noi, ma non del tutto
Questo resta il torneo dell’assenza: tre esclusioni di fila fanno male e non si nascondono. Ma il Mondiale 2026 racconta anche un’altra cosa — che l’impronta italiana sul calcio mondiale è ancora ovunque: tra gli arbitri, sulle panchine, nella musica, nel sangue di chi ha giocato questo Mondiale con un’altra maglia. La sfida, semmai, è tornare a metterla dove più conta: sul petto degli Azzurri. Quella strada riparte adesso.